Seminario di studio sull’opera Nuovi semi di contemplazione

Associazione Thomas Merton Italia
Seminario di studio sull’opera Nuovi semi di contemplazione
Monastero di Fonte Avellana (Serra Sant’Abbondio – PU) – 5-6 ottobre 2011

Sintesi

Il libro di cui ci siamo occupati è tra i più conosciuti, più letti e più significativi di Thomas Merton. L’opera ha avuto un lungo periodo di maturazione.
L’autore cominciò a scrivere Semi di contemplazione nel 1947 con il titolo provvisorio di The Soil and the Seeds of Contemplation. Fu completata nel luglio 1948 ed era pronta per la stampa il 13 settembre dello stesso anno. La data ufficiale della sua pubblicazione è 2 marzo 1949. Merton, che l’aveva definita come una ‘raccolta di riflessioni sulla vita interiore’, ricevette le copie il 5 marzo 1949 e già nel giorno successivo annotava nel suo diario che il libro ‘ manca di calore e affezione umana’ ed è ‘ freddo e cerebrale ‘. Fece un forte esame di coscienza e una severa autocritica, come d’altronde avveniva per tutti i suoi lavori: ‘ Apro sempre l’opera finale stampata con una vaga speranza di trovarmi gradevole e non accade mai ‘. Ebbe comunque piacere del fatto che, nel luglio 1949, essa venisse letta nella sala del Capitolo del Monastero del Gethsemani dove egli si trovava e si compiacque di aver detto abbastanza sul ‘contatto esperienziale con Dio nell’oscurità. Rari furono i critici che portarono osservazioni di rilievo sul libro, ma certamente trovò l’ostilità di un certo numero di sacerdoti secondo i quali non veniva usata una terminologia familiare e alcune riflessioni erano, secondo loro, incaute. Merton fece alcune revisioni a Semi di contemplazione, la prima delle quali fu pubblicata il 19 dicembre dello stesso 1949. Non fu indotta da critiche; queste vennero successivamente. Le modifiche si notavano appena; si trattava di sottili variazioni testuali che solo uno studioso attento come Donald Grayston ha ben individuato. Nel tempo si sono succedute ben cinque revisioni tra le quali, dieci anni dopo, quella in cui l’autore aveva rimosso un passaggio che avrebbe potuto essere offensivo per i musulmani, riconoscendo di aver dimostrato ignoranza del sufismo. Il 31 dicembre del 1960 scrisse al suo amico musulmano Aziz che stava riscrivendo Semi di contemplazione e che questo libro sarebbe diventatoNuovi semi di contemplazione. Annotava pure che considerava quest’ultimo tra i suoi scritti migliori fino a quel periodo, insieme a Thirty Poems, La montagna dalle sette balze e Il Segno di Giona.
Nuovi semi di contemplazione è considerata una delle sue opere più importanti e costituisce una pietra miliare nella produzione mertoniana, ascrivibile al genere della mistica e della spiritualità. Vi troviamo concentrata, con straordinaria capacità di introspezione, gran parte dei temi che l’autore ha sviluppato nella sua vastissima attività letteraria. E’ impossibile presentare il libro con un riassunto ed è difficile sintetizzare i contenuti di ognuno dei trentanove capitoli che lo compongono. Possiamo appropriarcene e beneficiarne al meglio tenendo il testo in mano e concentrandoci sulle sue densissime riflessioni e considerazioni.
Il seminario si è avviato individuandone lineamenti molto generali e partendo dalla consapevolezza che le azioni e gli eventi degli uomini gettano semi che possono germogliare in un terreno di libertà, di spontaneità e amore. E la contemplazione, che è l’espressione più alta della vita spirituale dell’uomo, consente di fare esperienza di Dio, attraverso un percorso non speculativo e con un esercizio di svuotamento e di purificazione, beneficiando di quella solitudine che viene intesa non come un mero isolamento, ma come trovare gli altri in Dio. La contemplazione, che si alimenta e si fortifica con l’agire dell’individuo nel mondo, consente di porre anche le basi di quella coscienza sociale e di quel percorso di riconciliazione che mirano a ricomporre le ossa spezzate dai conflitti, alla base dei quali c’è la paura di noi stessi. L’uomo nella compassione, nell’unione con l’altro, entra nel profondo di se stesso, in quell’io interiore che definisce la sua identità come persona, sintesi di perfezione e di comunione con Dio, che ci sfugge ed è in perenne conflitto con il falso io, soggetto a tutte le contaminazioni, condizionamenti, nevrosi, alienazioni che ostacolano l’amore e sono alla base del male che domina l’umanità.
E’ stata poi fatta una riflessione su alcuni passaggi del capitolo 16 (Libertà e obbedienza) sottolineando la necessità di uscire da una solitudine eccentrica, protettiva per cercare di mettere in pratica le parole (di Merton) che parlano a chi crede di trovare nei piaceri estetici e spirituali la risposta alla paura delle proprie certezze mascherata nella ricerca di Dio. Sono parole per tutti. Se nelle pagine iniziali del capitolo si cambia il termine ‘eremiti’ con ‘uomini’ il significato non cambia. Ci sono atteggiamenti della nostra vita che riproducono certe dinamiche psicologiche e spirituali; il monaco deve essere più attento di altri. La contemplazione non deve essere separata dall’azione. I camaldolesi hanno nei secoli vissuto un’esperienza spirituale che li ha condotti all’isolamento, anche fisico. Per capire noi stessi dobbiamo invece andare verso gli altri. Solo il contatto con gli altri ci fa capire noi stessi, anche la nostra esperienza spirituale. Per questo gli eremi sono stati aperti all’accoglienza.
Aprire quindi all’ospitalità; così gli altri intuiscono qualcosa in noi e ce lo propongono. Fu Giovanni Battista Montini che spinse da aprire l’ospitalità. Accoglienza significa simpatizzare con il prossimo e con le sue richieste più ragionevoli perché nell’altro trovi Cristo. Siamo in cammino ed è da scoprire questo movimento interiore di ognuno. Si può pensare all’Ora et Labora come un Ora et Labora insieme perché il senso di questa frase giace nell’unione tra attività e preghiera.
Ci si è poi soffermati su preghiera e lavoro ritenendoli, nello spirito benedettino, come due aspetti della vita non separati. Poi sulla libertà che si esprime pienamente nell’obbedienza cieca alla parola di Dio, e nel monastero il superiore è il mediatore con la volontà di Dio. Il contemplativo non guidato da nessuno è il più pericoloso. Guardarsi dai falsi visionari come i seguaci della New Age.
C’è stata quindi una riflessione sul capitolo 12 ( Il cuore puro) e in particolare sul fatto che per la vita contemplativa sia necessaria un’autodisciplina ascetica e un corretto uso di tutti gli appetiti in una vita ordinata.
Sono state offerte anche considerazioni sulla contemplazione intesa come un vedere con occhi puri a partire dalla propria realtà. E’ necessario lasciar cadere l’io esteriore e leggere la realtà come è, senza storture. La misericordia di Dio ci accompagna e ci guida nel cammino che tende a farci cadere. Bisogna essere coscienti che anche il falso sé è parte di noi. Possiamo ritenere Merton un grande compagno di viaggio. Un fratello che cammina con noi. Si è posta l’attenzione su di una frase nella parte terminale del libro :”Così il nostro io esteriore, purché non si isoli in una menzogna, è benedetto dalla misericordia e dall’amore di Cristo. Le apparenze devono essere accettate per quello che sono “. La misericordia di Dio mi accompagna nella vita serenamente per le varie situazioni anche quelle meno positive ma che ci sono.
E’ stato rilevato che il libro è un incedere continuo nella preghiera, dove Merton si muove alla ricerca di ciò che significa essere contemplativi. Capitoli fondamentali sono il 18 (Fede) e il 19 ( Dalla fede alla sapienza ). La fede è vita, non è solo assenso. Consente di rivelare l’ignoto che è in noi. Nella fede il noto e l’ignoto si integrano in un insieme vitale. Tutta la ricerca passa attraverso Maria il cui privilegio è la
povertà. Dal capitolo 24 al capitolo 28 ( Qui non est mecum, Umiltà contro disperazione, Libertà nell’obbedienza, Che cos’è la libertà, Distacco ) assistiamo a un passaggio da Cristo all’uomo: donarsi agli altri, umiltà, libertà come perfetto amore e capacità di adempiere alla volontà di Dio, il distacco come segreto della pace interiore e che consente di vedere le cose nella loro realtà.